Rottainversa è un progetto vincitore di Menzione speciale del bando Fuori Rotta 2016; è un modo diverso di viaggiare e di vivere i giorni; è stato (ed è ancora) il mio viaggio alla scoperta del Vietnam e della cultura vietnamita. Per un più agevole orientamento nel sito, augurandomi che ci resterai a lungo, che tornerai a visitarlo e che ci troverai tante cose interessanti, sappi che è diviso in tre parti: vita materiale, sociale e spirituale. Tutte le cose belle scoperte e apprese lungo la rotta sono infatti divise nei tre ambiti della civiltà, per essere essa “la forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo” (Treccani, 2016). Il tutto è preceduto da un capitolo introduttivo sulle principali festività vietnamite e seguito da alcuni appunti personali. Qui e lì alcuni intermezzi video e, addirittura, un libro di foto a pellicola autoprodotto. La rotta è inversa perché se il Vietnam punta ad essere (e in parte già è) un paese veloce, consumistico e moderno, questo viaggio ha voluto invece essere lento, alla ricerca di saperi antichi e a basso costo.

La rotta è già invertita, sei abbastanza lento da salire a bordo?

Andrea Gallo

sonogallo@hotmail.it

instagram: eyesonvietnamproject

Festività

ovvero quattro ricorrenze vietnamite

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La storia di Ông Công, Ông Táo e Bà Táo

Ngày rằm, è così che si chiama il quindicesimo giorno del mese lunare, mentre il primo si indica semplicemente con mồng một. La maggior parte delle pagode è aperta tutto il mese, altre invece aprono solo in questi giorni durante i quali, in casa o ai bordi delle strade, molti sono intenti a bruciar fogli di carta in appositi contenitori di alluminio se non in qualsiasi vaso atto all’uso.

È questa una pratica del Culto degli antenati (Phong tục thờ cúng tổ tiên) in cui si crede che nell’aldilà (âm phủ), i defunti vivano un mondo molto simile al nostro e che pertanto abbiano ancora le stesse nostre esigenze. I vivi sentono dunque il dovere di garantire ai loro cari un “eterno riposo” dignitoso, ed è per questo che bruciano simulacri di carta raffiguranti principalmente… denaro. Se sembrerà strano, varrà la pena ricordare che cibo e bevande, ma anche alcolici e sigarette, vengono già offerte sull’altare dedicato agli antenati (bàn thờ tổ tiên), presente in ogni casa vietnamita.

Questo denaro votivo ha varie denominazioni, tra cui tiền vàng bạc, letteralmente “soldi d’oro e d’argento”, o tiền vàng mã e ce ne sono diversi tipi.

Denaro che si offre ai defunti della propria famiglia: fogli di colore rosso con un quadrato dorato al centro (vedi slide, foto 5 e 13); riproduzioni di antiche pepite d’oro cinesi (slide, foto 3 al centro); riproduzioni di banconote vietnamite sia antiche che moderne; riproduzioni di dollari statunitensi (v. foto in alto); alcune banconote dette tiền địa phủ, soldi dell’aldilà (slide, foto 6).
Quello destinato ai Quan. Fogli gialli con disegni in rosso o in verde (slide, foto 13). I Quan sono defunti che vivono nell’aldilà ma hanno una posizione di riguardo rispetto alle altre “anime” e perciò meritano una particolare devozione. Sono persone che nella loro vita precedente sono state particolarmente magnanime e prodighe di opere buone.
Quello destinato ai defunti che non hanno nessuno che preghi per loro. Fogli bianchi con antiche monete cinesi stampate in azzurro (v. foto in alto), monete circolari con foro quadrato al centro. Il quadrato nel cerchio rappresenta la terra (in ideogrammi cinesi il campo è rappresentato da un quadrato) circondata dal cielo.
In tempi più recenti si è iniziato a bruciare anche altri tipi di beni, che più rispecchiano lo stile di vita moderno e consumistico che ampiamente affascina nuove e vecchie generazioni vietnamite. Dunque oltre al denaro si bruciano anche (vedi slide): cellulari iPhone, orologi, carte di credito, portafogli Louis Vuitton, motorini (oltre ai tradizionali cavalli di 5 colori diversi; slide, penultima foto), Ipad, berretti, case, televisori, computer e altri beni materiali. Per farsene un’idea: www.sieuthivangma.com

A volte si bruciano dei manichini di carta, simulacri di persone. Alcune “anime”, in vietnamita genericamente “ma”, fantasma, possono aleggiare nel nostro mondo. Può capitare che siano attratte da alcune persone e che provino a interferire con la loro vita quotidiana con più o meno piccoli scherzi o dispetti. In questi casi ci si reca in pagoda per consultare il thầy bói (maestro spirituale, divinatore e tante altre cose…) e a volte la soluzione è bruciare un fantoccio di carta e offrirlo al fantasma che, solo allora, smette di “seguire” il malcapitato. Di solito in pagoda c’è una sorta di grande camino (nơi hóa vàng) destinato anche a questo rito.

(Raggio di sole e denaro votivo, Nam Định, 2016)

La storia di Ông Công, Ông Táo e Bà Táo

Il Capodanno lunare o Tết Nguyên Đán è la più importante festa vietnamita, durante la quale le strade delle città si svuotano e tutti tornano in campagna ai loro villaggi natali; è l’occasione per le famiglie di riunirsi e trascorrere tre giorni insieme organizzando luculliani conviti, riposando e giocando a carte. Tipica di questa festa è la storia di tre famosi personaggi che si dice abitino la cucina di ogni famiglia vietnamita e che, di conseguenza, siano al corrente di tutto quello che accade in casa.

Per estensione, sono diventati anche i “protettori” del paese, al punto che l’ultimo giorno dell’anno in TV c’è un programma in cui queste tre figure dai vestiti regali e sgargianti inscenano uno spettacolo in cui raccontano, in un momento di satira molto amato e atteso, tutte le cose positive e negative che sono accadute in Vietnam durante l’anno che sta per concludersi. Parlano di sanità, trasporti, infrastrutture, qualità della vita… Di seguito la loro storia.

Ông Táo e Bà Táo sono sposati e vivono felici, un dì, però, Ông Táo va in guerra. Bà Táo è triste eppure, dopo tanti anni ad aspettare il ritorno del marito, un dì, uno di quei dì in cui lasciamo che le cose accadano senza chiederci il permesso, un dì in cui tutti ormai credevano che Ông Táo non sarebbe più ritornato, quel dì Bà Táo sposò un altro uomo: Ông Công.

Ebbene quest’uomo l’amava di un amore vero, per quanto vero sia un aggettivo che poco si addice alla natura dei sentimenti e più si addirrebbe, invece, alla loro mutevolezza. Perciò per “dire” l’amore di Ông Táo lo diremo costante e, certamente, semplice e lo paragoneremo a una fiamma che non oscilla. Che più?

Più che il dì in cui si credette che quella fiamma potesse continuare a bruciare lentamente, anche senz’olio, accadde quel che accade spesso nelle storie. Ông Táo ritornò.

E siccome i verbi si adattano pacificamente a ogni soggetto, in quegli istanti in cui marito e moglie vivevano per la prima volta nelle loro vite il ritrovarsi, ritornò anche Ông Công.

(Secondo altre versioni marito e moglie si separarono perché caduti in disgrazia. Lui divenne un mendicante e il giorno in cui ritrovò sua moglie fu quando, per caso, bussò alla sua porta.)

Per farla breve (e forse anche sbagliata ma farla giusta non è l’intento del mio scrivere quanto piuttosto riportarla come mi è stata raccontata, e spero che i personaggi di questa storia non me ne vorranno ), per evitare che i due mariti si incontrassero, il marito si nascose dietro un covone di fieno. Quando Ông Công rientrò e decise di bruciare il covone (come sono soliti fare i contadini), Bà Táo vide la veste del marito bruciare e si precipitò (scompostamente e con urgenza) a soccorrerlo, e quando Ông Công vide la veste della moglie intenzionata ad illuminare il focolare, fece altrettanto.

È così che l’Imperatore del cielo, Ngọc Hoàng, impietosito, trasformò ognuno di loro in una delle tre gambe del treppiedi vietnamita (bếp kiền ba chân) su cui si poggia la pentola per cucinare. Ed è così che una moglie e due mariti abitano ancora ogni casa vietnamita, e il 23 dicembre del calendario lunare (20 gennaio 2017) salgono in cielo a bordo di tre pesciolini, per raccontare all’imperatore del cielo, quello che va e che non va quiggiù sulla terra.

Al Capodanno lunare si bruciano le corone e i vestiti di questi tre personaggi (vedi foto), e si comprano al mercato tre pesci che ogni famiglia libererà poi in un lago o in un fiume.

(Bruciare denaro votivo, Saigon, 2013)

Tết Thanh minh

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Tết Thanh Minh, è per così dire il giorno dei morti, il giorno in cui le anime ritornano dall’âm phủ alla loro tomba. È l’occasione per i vivi di recarsi al luogo di sepoltura (in un cimitero o in un campo) e prendersi cura della tomba, pulirla e tagliare le erbacce. Dal giorno prima si prepara da mangiare a sufficienza per tutti finché tutta la famiglia arriva alla tomba per pregare, bruciare bacchette d’incenso in numero dispari, solitamente tre, e invitare l’anima del defunto a partecipare al convito.

Considerato il boom edilizio degli ultimi anni è facile incontrare, ai confini della città, sparute tombe di inizio secolo scorso, disegnate su uno sfondo di palazzoni in costruzione, altissimi, divisi in lotti, su cui campeggiano rosse scritte al neon, a illuminare aloni di polvere e di smog.

Invito il lettore occidentale cui quest’uso sembrerà macabro a: 1, considerare che le fattezze di queste tombe sono ben diverse da quelle cui siamo abituati, non grigie e con frasi di imperituri dolori ma colorate e dalle forme barocche (vedi foto); 2, prendere atto che tale giorno non è vissuto dai familiari con pianti e amarezza, quanto piuttosto come un momento di serenità e riconciliazione; 3, ricordarsi di quella canzone in cui si dice che vivere non è difficile, potendo poi rinascere.

(Tombe al sole sulla strada per Hải Phòng, 2016, foto digitale)

Tết Trung Thu

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Tết Trung Thu è la Festa di metà autunno ed è anche popolarmente considerata la Festa dei bambini. Di solito cade tra agosto e ottobre e se ancora ti stai chiedendo secondo quale calendario, la risposta è: il calendario lunare. In questo giorno i bimbi preparano a scuola delle lanterne di carta, tornano a casa e ricevono caramelle e dolciumi e la sera vanno al mercato per comprare le tradizionali maschere di cartapesta, quindi in alcuni posti della città da cui ammirare la luna piena (Đón trăng). Una volta i bambini si riunivano intorno a una bacinella d’acqua per scrutarne il riflesso lunare, ora non più. Tradizione vuole che le lanterne di carta vengano bruciate a fine giornata (Phá cỗ) ma io, la mia, l‘ho conservata.

Tipica di questo giorno è anche la danza del leone, nota anche in Occidente, che viene inscenata anche in occasione di inaugurazioni di negozi e ristoranti, come buon auspicio. A danzare sono due figuranti che eseguono acrobazie su pali di varie altezze, accompagnati dalla musica di piatti e tamburi. Di quando in quando la musica si arresta, il leone apre la bocca e i bambini vi infilano la mano per offrire banconote di piccolo taglio. A confondere le idee: il leone ha un corno in mezzo alla fronte.

(Bimbo in uniforme, Isola Chàm, disegni miei, 2013)

Vita spirituale

ovvero storie di templi e pagode

I luoghi di culto del Buddhismo sono le pagode, dall’architettura molto simile ai templi ma con la differenza che questi ultimi non sono dedicati a Buddha, come si leggerà nella prima slide. Alcuni elementi tipici delle pagode sono certamente, tra gli altri, la statua di Buddha sull’altare principale, la presenza di due statue di guardiani all’esterno e di alcuni “vessilli” pendenti all’interno; le storie riportate mi sono state tradotte in inglese da Tu Anh e raccontate da una monaca, in una pagoda non lontana dal quartiere Thanh Xuan, cui ho promesso delle caramelle allo zenzero. Nella stessa pagoda un Thầy bói, maestro nella divinazione, mi ha illustrato i fondamenti di quest’arte. Thi Kinh è un personaggio sacro molto noto in Vietnam, la sua storia mi è stata raccontata dalla signora Hue, nel suo italiano perfetto. L’ultima slide è un ricordo personale, pure indicativo dell’immaginario spirituale del popolo vietnamita.

Differenza tra Pagoda e templi

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In pagoda, in vietnamita chùa, si trova la statua del Buddha storico Sakyamuni, in vietnamita Đức Phật, sull’altare principale, spesso circondato da 10 statue che raffigurano i suoi 10 discepoli. Se la pagoda è antica, nella parte posteriore si possono trovare degli stupa.

I templi non sono edifici buddisti, sono solitamente relativi al Taoismo o al Culto della Dea madre. Ne distinguiamo quattro tipi.

  • Đền. All’interno di questo tipo di tempio si può trovare la statua di:

Un thánh:(tradurremo per comodità genio, inteso come simbolo di un’arte o santo, inteso come persona che in vita si è distinto per opere nobili o generose, laddove non eroe, ovvero chi è morto per la patria, che spesso assurge anche a protettore del villaggio). Đền Ngọc Sơn: statua di Văn Xương, genio della letteratura; statua di Lã Tổ, genio della medicina tradizionale. Đền Quán Thánh a Hanoi, in via Thanh Niên: statua di Trấn Vũ, divinità taoista. Đền Trần, a Nam Định, statua di Trần Hưng Đạo. Condottiero vietnamita del XIII sec. E moltissimi altri.

Un personaggio semi-leggendario: Đền Hùng a Phú Thọ.

  • Đình. Questo tipo di tempio è di solito piuttosto grande ed è il tempio principale e più antico di ogni villaggio. Spesso indicato come Casa comune, antistante a una piazza che in passato fungeva da luogo di ritrovo o, all’occasione, di gestione della cosa pubblica, per tutti gli abitanti del villaggio. Alcuni đình famosi a Hanoi e dintorni sono: Đình Bảng, Đình Lệ Mật, Đình Bát Tràng…
  • Phủ. Questo tipo di tempio è dedicato a una donna e a un culto peculiarmente vietnamita: il culto della Dea madre, in vietnamita Đạo Mẫu. Oltre alle tre divinità presenti sull’altare principale di questi templi (riconoscibili dai vestiti di tre colori diversi), si venerano ventisei (altri dicono 36) personaggi, 8 donne e 18 uomini, ognuno dei quali ha una storia e delle caratteristiche diverse. Non è raro in Vietnam, imbattersi in una cerimonia di questo culto in cui una donna danza davanti all’altare e regala banconote di piccolo taglio agli astanti, personificazione di volta in volta di un personaggio diverso.
  • Miếu o Am. È un piccolo tempio usato come luogo di preghiera ad uso di una piccola comunità. Forse anche il famoso e tutt’altro che piccolo complesso di Văn Miếu è stato una volta un modesto tempio?

(Tempio chiuso al pubblico in Via Đội Cấn, 2013)

Origine dei guardiani all’esterno di ogni pagoda

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Hộ pháp – Origine dei guardiani all’esterno di ogni pagoda

Un uomo e una donna ebbero mille figli, nessuno di loro seguì la via del Buddhismo. L’uomo si risposò e da questo matrimonio nacquero due figli che furono nel tempo seguaci del Buddha. E fu più o meno così che un giorno a Lui si rivolsero: “Se aiuterai i nostri fratelli a ritrovare la Tua strada, sacrificheremo a Te le nostre vite e diverremo i guardiani di ogni Tua pagoda”.

I mille fratelli si convertirono, morirono da fedeli e dopo morti rivissero in altrettante mille reincarnazioni di Buddha. Chiunque entra in pagoda deve omaggiare un rispettoso saluto ai guardiani, immobili nel loro incarico, fedeli alla loro promessa.

(Pagoda Kim Son in Via Vũ Thạnh, 2016, foto digitale)

Pendenti all’interno delle pagode.

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Un gruppo di monaci, vivendo della pubblica carità, andavano raminghi e mendici predicando il Buddhismo tra la gente. Trovatisi in un bosco al calar della sera, bussarono alla porta di una casa per trovarvi rifugio. Marito e moglie accolsero di buon grado la compagnia e offrirono loro da mangiare, ma i monaci furono avvertiti: “Non potete passare la notte qui” dissero, “nostro figlio è un ladro e se vi trovasse qui sicuramente vi farebbe del male”. I monaci insistettero invece per restare ma, per scongiurare il pericolo, si decise di tenerli nascosti fino al mattino.

A sera inoltrata, il figlio rientrò a casa. Forse un odore o chissà come, pronto avvertì che quella sera, in casa, era accaduto qualcosa. I genitori spaventati non riuscirono a mantenere il segreto e rivelarono così la presenza dei monaci, che si mostrarono al ladro già pronto (a dar di piglio) alla violenza. “Cosa volete?”, disse furibondo, e i monaci risposero: “lòng chủ” (l’intestino/la volontà del proprietario/di Buddha)”. Udendo queste parole, il giovane afferrò il suo pugnale e se lo conficcò nel ventre, senza dolore ne estrasse l’intestino e lo offerse ai monaci. A di đà Phật.

Sulle strade che i monaci, i mendicanti, i ladri, gli innocenti e i sanguinari percorsero, le lingue si incrociarono, per una sera o per sempre, fuggevoli ai territori e ai loro parlanti, con la memoria di un bambino che, appena smesso di piovere, riprende il suo gioco uguale e diverso. Così accadde che la parola “lòng” abbia due significati o forse lo stesso: “intestino” e “volontà”, così come in poesia persiana lo stomaco è la sede dei sentimenti, mentre il cuore dell’intelligenza. Del più non è dato sapere.

Sappiamo invece che un corvo portò l’intestino a Buddha e che Lui, per esempio o pietà, lo tramutò in gialli vessilli, pendenti nelle pagode, ricamati di ingannevoli segni.

(Pagoda Đống in Via Kim Hoa, 2016, foto digitale)

Thieu Quang Thiet

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I tempi immemori di cui è piena la storia vietnamita, come usano ricordarla le persone, elaborarono un’arte mantica, divinatoria detta Tứ trụ, i quattro pilastri.

Tali pilastri sono le fondamenta su cui si basa la predizione del futuro di una persona e cioè: giorno, mese, anno (lunari) e ora di nascita, ma comprende anche la lettura delle linee della mano e l’interazione degli e tra gli elementi naturali nella vita di una persona. Da tali dati si può risalire alle informazioni riguardanti il passato di una persona, compreso quello delle sue vite precedenti, e il suo futuro o più specificamente: cosa il futuro gli riserva.

Tale pratica è di origine cinese e fu introdotta in Viet Nam durante la millenaria colonizzazione di questi. Non fu mai popolare, mi dice il giovane uomo alle porte della vecchiaia, ma riservata ai nobili e ai mandarini per la famiglia reale.

È implicito che il futuro di una persona sia già in qualche modo scritto e tale arte si occupa principalmente di preparare l’uomo ad affrontarlo, scongiurando gli eventi negativi o cercando di limitarne le conseguenze e agevolando il compiersi di quelli positivi.

Interrogato sulla predestinazione, sul destino strictu sensu, il giovane anziano mi dice che se nel mio futuro è scritto che io diventerò presidente non è comunque detto che io lo diventi, ma se nel mio futuro non c’è odore di presidenza è molto difficile che io lo diventi. Comunque non impossibile.

Il Tứ trụ si occupa di limitare il male e agevolare il bene (come in quel versetto coranico) tramite lo studio di cinque fattori naturali, della interazione tra questi e della loro relazione coi fenomeni della vita dell’uomo. Tali elementi sono: kim, mộc, thủy, hoa e thố, rispettivamente metallo, legno, acqua, fuoco e terra.

(Vesti monacali ad asciugare, Trà Vinh, 2014)

Thi Kinh

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Thị Kính e suo marito vissero felici e contenti. La storia potrebbe finire qui, ma le storie non sono solite finire, tanto meno qui, ed è così che, infatti, questa storia iniziò.

Una sera in cui lei cuciva e lui già dormiva, alla luce di una lampada ad olio, lei vide un pelo dei baffi del marito che spuntava sugli altri, come a volte accade ai baffi degli uomini, così, Thị Kính prese le forbici e si protese verso il marito. Quando mancava proprio un pelo per tagliare quel pelo all’insù, il marito si svegliò, e vedendo le forbici così vicine al suo viso, certamente ancor mezzo sognante, tirò un urlo che fece svegliare tutta la casa (credendolo forse un urlo silenzioso, di quelle urla che si fanno nei sogni di cui non sentiamo il rumore). I genitori di lui (è ancora oggi usanza in Viet Nam, per la moglie andare a vivere a casa del marito) accorsero in fretta e la scena di un delitto appena scampato che gli si parò dinnanzi fece sì che Thị Kính fosse cacciata di casa, ripudiata dalla famiglia.

Una moglie ripudiata (o un marito, ma a quell’epoca più una moglie) è un gran disonore, e invano una donna in questa condizione cercherebbe riparo in qualsiasi casa. Thị Kính però era una donna risoluta e si inventò un trucco: travestita da monaco trovò rifugio in una pagoda dove visse a lungo al riparo dalla curiosità e dalle malizie degli uomini liberi.

Ma una giovane donna già sposata e di famiglia nobile frequentava la pagoda, la donna notò quel monaco così devoto e amabile e finì per innamorarsene pur sapendo che quell’amore le sarebbe stato per sempre negato. Fu così che un desiderio si sommò a un rimpianto e la donna si decise infine a tradire il marito, se non con il monaco, con un altro uomo, un servitore della sua famiglia.

La donna rimase incinta e partorì un bambino ma il destino che le fu assegnato al consiglio del villaggio riunitosi al Đình, la casa comunale, per aver commesso adulterio, fu la morte, in una gabbia gettata nel fiume. Ma la donna era figlia di un mandarino, un funzionario dello stato, perciò le fu concesso un privilegio: se avesse rivelato il nome del padre non sarebbe stata esiliata dalla comunità degli uomini e le sarebbe stata risparmiata la vita. La donna rivelò così il nome, un nome che infine riuscì a possedere, quel nome fu Thị Kính.

Thị Kính non poteva rivelarsi per quello che era, una donna, e forse provò pietà per quella donna, la stessa pietà che provò Dante per i suoi dannati, si disse il padre del bambino e, presolo in braccio, si allontanò, di nuovo, dal villaggio. Allevò il bimbo da sola, finché poté, finché gli abitanti del villaggio un giorno non trovarono un corpo esanime, in riva al fiume, il corpo di una donna nascosto nella tunica di un monaco.

Si dice che Buddha provò pietà per quella donna che aveva conosciuto tanta sofferenza e le donne che conoscono questa storia ancora oggi è a lei che si rivolgono chiamandola per nome Quan Âm Thị Kính, la Dea della misericordia, nella pagoda più piccola di Hanoi. Per il numerosissimo seguito di persone che attira, tra cui soprattutto donne, non è raro che la si chiami impropriamente Phật Bà, il Buddha donna; è spesso raffigurata con un bimbo in una mano e nell’altra una boccetta d’acqua che ricordano rispettivamente il bimbo che lei allevò e il fiume dove fu ritrovata.

Questa storia me l’ha raccontata Hue, seduti al bar, in un italiano impeccabile.

(Statuetta di Thị Kính nella Pagoda Đống, 2016, foto digitale)

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Duyên è una cosa positiva che abbiamo fatto nella nostra vita precedente (kiếp trước), che ci torna nella vita presente (kiếp sau) come una ricompensa, mentre Nợ, è una colpa, una cosa negativa che abbiamo fatto nella vita passata che torna nella nostra vita presente come un riflesso non ancora svanito, come se quel male prodotto non si fosse ancora estinto.

Se nella vita precedente abbiamo dato del denaro in prestito e non ci è stato restituito, nella vita presente potremmo trovare dei soldi. Più che una giustizia lo vedo come un compiersi.

Queste cose me le dice Hằng mentre divide il bánh chưng in otto parti uguali. Lo fa usando un filo spesso, come un ramo sfilacciato, che stringe la foglia di banano intorno al dolce, che lo conserva e lo tiene fresco. Me le dice mentre faccio colazione con il mì quảng che mi ha riscaldato. Me le dice perché la cantante di ieri, con la quale abbiamo parlato dopo un concerto intimo, mentre un gatto bianco e arancione appariva e scompariva, mentre le luci già basse si spegnevano magicamente, una ad una, ha detto che se c’eravamo incontrati e stavamo parlando in quel momento era perché avevamo avuto duyên. Ha detto proprio così.

(Riso ad asciugare, Hanoi, Hồ Bảy Mẫu, 2016)

Intermezzo I

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Vita materiale

ovvero vivere lo spazio pubblico

In Vietnam, a scuola, si studia ancora calligrafia: ogni quartiere ha delle lavagne al suo ingresso dove con caratteri degni del gufo Anacleto (quello de La spada nella roccia) si scrivono annunci, notizie utili, avvenimenti e auguri nelle festività. Quest’arte trova impiego nella realizzazione di pubblicità, insegne di fabbriche e negozi e sospetto che anche qualche cartello stradale sia stato artisticamente restaurato a mano. Si trovano ancora, seppur sparute, pitture murali o scritte e slogan che dagli anni ’70 invitano a comportamenti socialmente utili. Quelle presenti nelle foto qui le ho trovate tra le località di Nam Dinh, Thai Binh e Hai Phong. Quello che mi colpisce di queste scritte è la loro unicità, il loro valore artistico e di qualificazione dello spazio pubblico ma anche che in Vietnam è come se l’arte (la creatività) non fosse esclusivamente dominio degli artisti ma che essa sia come naturalmente diffusa tra le persone e tra la gente, che vi è prona e che sempre apprezza ogni forma di espressione artistica. In Vietnam sopravvivono ancora alcuni lavori manuali sfuggiti all’industrializzazione e al consumismo: calzolai, conciatori, sarti, riparatori di bici, orologiai. Accanto a questo, sopravvive ancora oggi qualcosa che accadeva anche nella mia città 50 anni fa: uomini e donne in bicicletta girano per strade e vicoli cantilenando le loro litanie, ognuno di loro ha una “voce” che corrisponde a un mestiere: comprare, vendere e riparare. Qualcuno si è già sgolato troppo, e ha collegato un piccolo megafono a una radiolina, altri hanno ancora forza, energia e voglia e le loro melodie entrano ancora in testa come un ritornello. Ho provato non senza difficoltà a registrane alcune. Quelle qui proposte sono venditrici di cibo di strada ma c’è anche chi vende, compra e ricicla carta e cartone, vetri  e bottiglie, oggetti vecchi, metalli; chi ripara oggetti elettrici, lavatrici e radio; chi vende e compra  capelli (veri e finti) o chi gira con una bilancia meccanica dalla musichetta infernale sentenziando poi spietatamente sui chili che dovresti prendere o perdere in base alla tua altezza e alla tua età.  Per ascoltare l’audio clicca il tasto + sotto l’immagine. Alla registrazione precede il nome del cibo venduto e la trascrizione dell’audio. Scrivere la traduzione esatta dei cibi richiederebbe infinite parafrasi, il xôi lạc ad esempio è un riso glutinoso che si mangia caldo e si accompagna con noccioline tritate. Chi ha voglia di farsene un’idea può fare una ricerca per immagini digitando alcuni tra i seguenti cibi: xôi lạc, bánh khúc, tào phớ, bánh rán, bánh dày, bánh giò, bánh chưng, bánh nếp, bánh khoai, bánh gai, bánh tiêu… 

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Intermezzo II

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Vita sociale

ovvero la spiegazione di un gioco vietnamita e una storia di commiato

La parola “gioco” ritorna spesso in lingua vietnamita ed è una componente essenziale della sua società. In vietnamita: uscire per svago, cioè non per impegni lavorativi, si dice “đi chơi”, letteralmente “andare giocare”; frequentare qualcun* senza dichiarati intenti di matrimonio si dice “yêu chơi”, “amare giocare”; sedersi a parlare, per ingannare il tempo, si dice “ngồi chơi”, “sedere giocare”. Il gioco invita al confronto e non allo scontro, invita a socializzare, a partecipare e a non isolarsi, invita ad unire anziché dividere perciò mi è sembrato valesse la pena saperne di più. Ecco quindi le regole di due giochi tipici vietnamiti cinesi molto diffusi in Viet Nam. Chissà che un giorno, quando visiterai il Vietnam, come ti auguro, non sarai proprio tu a sfidare uno di quegli esili ma ancora energici vecchietti vietnamiti seduti sulla panchina vicino al lago e magari anche a… no, non credo che riuscirai a vincere, ma l’importante non è vincere, giusto?

Differenza tra Pagoda e templi

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La scala discendente dei valori delle carte è la seguente: imperatore, maestro, elefante, carro, cannone, cavallo, soldato. In vietnamita antico: tướng 將,  士, tượng 象, xe 車, pháo 砲,  馬, tốt 卒.

Un mazzo contiene 32 carte: due imperatori (uno rosso e uno nero), quattro maestri (due rossi e due neri), quattro elefanti (due rossi e due neri), quattro cavalli (due rossi e due neri), quattro carri (due rossi e due neri), quattro cannoni (due rossi e due neri), dieci soldati (cinque rossi e cinque neri). Le carte rosse sono contraddistinte da un marchio rosso e valgono più delle carte nere. Lo scopo del gioco è non perdere le carte che si hanno in mano.

Le combinazioni sono ammesse solo tra carte dello stesso colore, eccole in ordine decrescente:

cinque soldati

quattro soldati

imperatore-maestro-elefante

carro-cannone-cavallo

Tutte le coppie (due soldati, due maestri, due carri…)

Una carta singola.

Svolgimento (due giocatori). Per decidere il mazziere, ovvero chi giocherà per primo, si alza il mazzo scegliendo una carta a caso, il giocatore con la carta più alta farà il mazziere. Si divide quindi il mazzo in tre parti uguali e ogni giocatore sceglie il proprio mazzetto (dieci carte a testa). Il mazziere, che gioca per primo (gọi), può decidere di giocare una qualsiasi delle combinazioni suddette ma al momento di giocare le carte dovrà farlo a carte coperte, cioè mostrando solo il dorso delle carte (non è consentito bleffare, cioè giocare carte che non siano una combinazione). L’avversario potrà decidere di rischiare cercando di piazzare un combinazione più alta, o di non rischiare scartando qualunque carta desideri, purché giochi un numero di carte uguale a quelle giocate dal mazziere. Il giocatore con la combinazione vincente ha diritto a conservare le proprie carte che metterà nel proprio mazzetto di carte vinte, ma non a quelle dell’avversario che finiranno nel mazzetto delle carte perse; ha inoltre diritto a giocare nuovamente per primo. Chi perde, se vuole, ha diritto a non mostrare le carte che aveva in mano. Quando i giocatori esauriscono le carte si fa la conta delle carte vinte, chi ha più carte vince la mano. Per decretare il vincitore della partita si può stabilire un numero massimo di mani.

N.B. Questa è una versione popolare e semplificata del gioco. Nella versione originale i punti non si contano in base al maggior numero di carte vinte ma a ogni combinazione corrisponde un numero di punti.

P.S. Un mazzo di carte costa 10.000 VND (circa 50 centesimi di euro)

(Napoli, 2016, foto digitale)

Co Tuong

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Cờ tướng o Scacchi cinesi, in VN sono ovunque. I soldi in foto non indicano che stanno giocando d’azzardo. La foto è stata scattata all’esterno di una merceria e il proprietario tiene i soldi della cassa in mano, in modo che sia più facile dare il resto senza distrarsi troppo dalla partita. Non è poi così difficile giocare a questo gioco. Qualcuno prima di me si è preso l’onorevole compito di spiegarne le regole in italiano qui .

(Hanoi, 2016, foto digitale)

Differenza tra Pagoda e templi

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C’era una volta un pescatore di nome Chú cuội. Mentre pescava, un giorno o una sera, con la sua canna presumibilmente artigianale, vide due tigri. Erano una madre che piangeva per la morte del suo cucciolo. Il pescatore vide poi la madre prendere una foglia da un albero e darla al figlio il quale, così, tornò in vita.

Fu così che il pescatore prese l’albero e se lo portò a casa, lo piantò in giardino e ne usò le foglie per riportare in vita le persone.

Accadde un giorno che una giovane principessa morì. Il padre ne piangeva la morte prematura. Il pescatore, (di certo qualcuno vociferò di una ricompensa) in un modo o nell’altro, diede una foglia alla principessa e il suo cuore tornò a battere. Il padre, come immancabile ricompensa, non premeditata e di certo insperata, diede (come un oggetto?) la propria figlia in sposa al pescatore. E vissero felici e contenti.

Finché un giorno, mentre il pescatore era fuori e la moglie in casa (non stupisce), una banda di ladri entrò in casa, rubò il rubabile e persino il non rubabile. Dopo aver ucciso la principessa ne presero gli organi e infine il cuore.

Quando il pescatore rientrò, trovò la moglie morta e il dolore che pianse fu indicibile. Quasi come un ricordo lontano pensò alla tigre che piangeva per il figlio, prese quindi una foglia e la diede alla moglie, ma non bastò, poiché non c’era un cuore che potesse tornare a battere. Il pescatore trovò allora un cane, lo uccise e ne diede gli organi alla principessa che, pure, tornò a vivere ma non più come prima, ché la sua mente e il suo cuore erano cambiati.

Il pescatore aveva in giardino un altro albero a cui bisognava dare solo acqua pulita e mai acqua sporca, altrimenti sarebbe volato via. Un giorno la moglie, la principessa, la donna, che non fece a tempo a dirsi madre, diede all’albero dell’acqua sporca e, così, l’albero si alzò da terra, col terreno che ritornava al terreno, sollevandosi lentamente ma con decisione verso l’alto. Il pescatore che, un giorno o una sera uscì di casa per andare a pescare e incontrò due tigri, corse veloce verso l’albero, vi si aggrappò per trattenerlo ma l’albero non fermò la sua ascesa (era inevitabile che continuasse a salire e niente poté impedirlo) e anzi portò con sé il pescatore, il marito e l’uomo che non fece a tempo a dirsi padre. Fine della storia.

Anzi, no. Il pescatore volò in cielo e arrivò sulla luna, dove si trova tutt’ora e a volte i bambini che da bambini hanno creduto a questa storia credono di vederlo e riconoscerlo abitare i crateri di quella bianca faccia di luna, e ne hanno paura, proprio come tutti i bambini.

C’è una canzone che ricorda questa storia. La canzone si chiama: “Chú cuội cung trăng”.

(Mekong, 2013)

Ante imaginum

Ante imaginum è un libro di foto scattate in analogico e a pellicola, pensato e realizzato come ricompensa per la campagna di crowd-funding del mio progetto lanciata sul sito di FuoriRotta che purtroppo, a causa di un gap di comunicazione con lo staff, non siamo riusciti ad inserire in tempo sulla pagina web. Intanto però il libro ha preso vita e puoi riceverne una copia (15euro comprese spese di spedizione) inviando una mail a sonogallo@hotmail.it, con oggetto “Ante imaginum”. Ogni esemplare è unico in quanto ogni copia ha una poesiòla diversa scritta a mano in copertina. 

La spedizione comprende:

– una busta timbrata a mano;

– un indice dei luoghi in cui sono state scattate le foto;

– una stampa 30x40cm a sorpresa

 

Differenza tra Pagoda e templi

/’nɔtes/

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Eravamo seduti lì con lui per chissà quale caso fortuito

eppure lui non ci diceva niente

e tutti i miei sforzi di intavolare una discussione erano vani

e non capivo perché

e ora mi sembra di capirlo:

 

il monaco parlava poco perché

eravamo venuti da chissà dove,

spontaneamente li avevamo aiutati a raccogliere il riso

e lui ci stava offrendo da mangiare: cos’altro c’era da dire?

 

In quel momento noi eravamo tutti gli uomini

che nella Storia avevano aiutato spontaneamente,

e lui era tutti gli uomini che nella Storia

avevano offerto da mangiare.

 

Tutto il resto era mutevole, passeggero

(città, nomi, età, studi…).

Lui stava perpetuando un rito,

per renderlo infinito,

come una ruota.

 

Quella piccola cosa che chiami vita

è in realtà un atomo minuscolo,

e bastò niente a soffiarlo via.

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A questo mondo accadono cose orrende, come mischiare l’alcool o perfino la birra con la Red Bull, che si dice contenga sostanze rinvigorenti provenienti dalle palle del toro. Le persone ci credono e bevono l’intruglio, nonostante puzzi e appiccichi le mani.

Per la stessa credenza per cui le cose schifose fanno bene, anche in Viet Nam si bevono lunghe brodaglie o beveroni che ammetto di guardare affascinato giacere pacifiche nei ristoranti o nei “Bia hoi”,occhieggiando qualche segreto pur semplice, in grandi contenitori di vetro, come delle vere pozioni magiche.

In questi litri sono immersi rettili di varie misure, zampe di capra, più comunemente serpenti e lucertole, uccelli di piccole dimensioni, organi e teste e parti di altri animali. Bere queste pozioni dicono faccia bene alla salute, in particolare agli anziani.

Ed ecco quindi buffamente accomunati giovani-biondi-smanicati-infraditati-coi tatuaggi brutti sui polpacci-seduti-bianchi-turisti-stranieri e anziani-scuri-asciutti-dal fisico teso-laboriosi di giorno-seduti sui calcagni quando riposano-coi denti rovinati-fumanti-vietnamiti. Accomunati dalla credenza di poter ricevere qualche sorta di potere magico o spirituale “bevendo” il mondo animale, laddove non bastasse essere mangiatori di carne.

 

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C’è un’armonia in strada.

Mentre quello al bordo del marciapiede smette di tagliarsi le unghie, quello seduto che legge cambia posizione e appoggia la schiena al muro. Quando l’altro beve l’ultimo sorso di thé e si alza, quello al caffè accanto dà a parlare di nuovo all’amico, quando arriva il pulmino dei vecchietti col nastro bianco in testa allora quello getta la sigaretta e se ne va.

Sono piccoli gesti che comunicano tra loro per intensità e ritmo, che si chiamano e si rispondono tramite segnali a loro stessi cifrati.

Alla mia pausa per scrivere risponde o coincide la pausa del tassista che aspetta e mi guarda.

 

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Un’ape enorme.

Normalmente ne sarei terrorizzato, qui invece

ne sono subito attratto,

spero che mi si avvicini per vederla meglio.

Non ne ho paura, mi sento protetto.

Dal pescatore affianco a me,

dai minuscoli girini che litigano nel lago,

dalle prugne sul terreno che ho schiacciato per

arrivare qui,

dall’ape stessa,

da questo silenzio,

dai due pacifici operai in tuta azzurra,

come dei monaci,

dai galli da combattimento che qui si aggirano,

dignitosi e buffi,

fissando sguardi indagatori

sui pochi turisti.

 

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